Musical di sangue
Articolo di Alessandra Sciamanna
Pubblicato giovedì 21 febbraio 2008 - NSC anno IV n. 10
La coppia Burton-Depp torna a far danni: sangue, odio e vendetta colorano di rosso le strade di una Londra sporca, grigia e fumettara. Stavolta l’impresa si fa più ardua e la mente geniale di Burton trasferisce la realtà di un musical su pellicola. Risultato: il regista realizza uno dei lavori più neri e baldanzosi della sua già nota carriera.
Benjamin Barker (interpretato da un superlativo Johnny Depp) è un affascinante barbiere londinese di successo. Un marito attento, un padre premuroso. Ma gli affetti a lui più cari, la moglie e la figlia, sono prede ambite da un uomo viscido e prepotente, il Giudice Turpin, che attende solo il momento giusto per colpire. Condannato ingiustamente e con l’inganno, Barker viene incarcerato, lasciando la sua famiglia nelle sporche mani del Giudice, pronto all’assalto. Dopo quindici lunghi anni, Barker riesce a fuggire di galera: negli occhi e nel cuore aleggia solo il desiderio di riscatto. Quel che resta della sua famiglia e della sua bottega è un’incognita. Con l’aiuto (?) di Mrs. Lovett (Helena Bonham Carter), che ha una bottega di torte e pasticci proprio sotto il suo salone, il barbiere proverà a ricompattare i tasselli della sua vita, pianificando al meglio l’unica cosa a lui più cara: la vendetta. Quel che resta del passato e della sua identità, viene cancellato definitivamente: non c’è più posto per Banjamin Barker, ora, c’è solo Sweeney Todd e le sue preziose amiche, le lame.
L’ultima fatica di Tim Burton prende vita da una storia particolare e sorprendente, basata sul musical di successo scritto da Stephen Sondheim: Sweeney Todd - Il Diabolico Barbiere di Fleet Street. La Londra che il regista americano pone innanzi allo spettatore, è quella Londra nera e cupa dell’epoca vittoriana: siamo di fronte alle tipiche ambientazioni burtoniane - in perfetto stile Sleepy Hollow - che sembrano disegnate e sfumate dalla grigia punta di una matita. Poter assaporare, in maniera così decisa e sorprendente, le atmosfere degli esordi – quelle fortemente dark e plasticose, quasi fossero vignette – fa tornare una certa acquolina in bocca. Dopo un periodo decisamente ambiguo, nel quale la mano del regista sembrava fasciata e - di conseguenza - poco incisiva (La fabbrica di cioccolato e La sposa cadavere), finalmente i seguaci del primo Burton potranno tirare un sospiro di sollievo.
Il regista, ancora una volta, lascia tutti a bocca aperta, misurandosi coraggiosamente con una formula estranea, fino ad ora, al suo cinema (eccetto quello di animazione): il musical. Per quanto la musica, in ogni suo lavoro, sia sempre stata caratterizzante, quasi una sorta di co-protagonista, era davvero difficile prevedere una simile “virata” nella carriera del regista. E come è giusto che sia, il coraggio va premiato; nel bene e nel male, il saper osare - anche a costo di fare il passo più lungo della gamba - va riconosciuto. Il lavoro svolto dagli attori è di grande qualità, soprattutto alla luce del fatto che, per alcuni di loro, l’arte del canto era un campo inesplorato: le voci sembrano tutte “costruite” e “montate” a misura di personaggio, plasmate a puntino per accentuare le personalità e i caratteri. In questo senso, una piacevole quanto inaspettata sorpresa è il timbro di Johnny Depp: penetrante, iracondo, passionale, proprio come il personaggio che incarna. Bisogna comunque riconoscere che, non sempre, queste performance apportano un valore aggiunto e positivo alla pellicola. Se da un lato, raccontare attraverso la musica e il canto alcuni momenti della vicenda dona quel pizzico in più di enfasi alle parti salienti del film - soprattutto quando è l’anima grottesca e cinica della storia a prevalere - dall’altro lato, l’elemento canoro si intromette in maniera invasiva nella storia, molestando la fruizione visiva dello spettatore, assorto in quelle magiche e artificiali atmosfere che solo Tim Burton sa regalare.